Lettera/intervista al Prof. CARLO BERNARDINI PDF

“IL CERVELLO DEL PAESE. ISTRUZIONI PER L’USO”

Lettera/intervista al Prof. CARLO BERNARDINI
MIRIAM MIROLLA


“Un buon accademico…dovrebbe essere un buon ricercatore con talento per la didattica, capace anche di conservare per perpetuarli i beni immateriali che acquisisce e trasmette. Detto in parole povere, ma dirette, deve fare scoperte significative, lezioni attraenti e scrivere lavori e testi rilevanti. Quando queste esigenze sono soddisfatte, l’accademico viene chiamato, con un po’ di enfasi, un luminare, perché illustra ed illumina il prestigio dell’Università di cui fa parte.”

(Carlo Bernardini, 2008)


Gentile Professore,

Le scrivo a nome di NODES, una rivista che nasce dall’energia, dalla curiosità intellettuale e da un deciso esprit evoluzionista che accomuna un gruppo di studenti e professori dell’Accademia di Belle Arti e dell’Università di Roma. Ci rivolgiamo a Lei, che consideriamo un “luminare”, nel senso da lei stesso indicato nei suoi scritti (1), per cominciare a ristabilire il significato di parole fondamentali come ricerca, sperimentazione, capacità didattica, etica accademica, e ripristinare una rotta che, ultimamente, avvertiamo indebolita tra le onde di una turbolenza della storia italiana che sembra aver assunto una predominanza regressiva, irrazionalista e antievoluzionista. Lei è in grado di fare chiarezza all’interno di questa turbolenza, attraverso il suo sguardo di scienziato e di professore emerito della Facoltà di Scienze MNF presso l’Università di Roma La Sapienza?


CB: La situazione italiana, così come quella di molti altri paesi sviluppati, è una in cui il mercato la fa da padrone ormai da decenni. Al punto che molti cittadini pensano che non esistano più cose che “hanno un valore in sé” ma solo un valore di mercato. E dunque, si possono comprare da chi si accolla il gravoso onere di produrle; ma pochi pensano che i prodotti debbano essere “concepiti” e che spesso il concepimento di idee complesse sulla realtà naturale richieda tempi lunghi, programmi, impegno, investimenti di enorme interesse pubblico. La ricchezza ha viziato gli esseri umani, che chiedono più di quanto non diano.


“… ciò che più mi attrae […] è la questione della “corruzione simbolica” della rappresentazione della realtà che ogni linguaggio proposizionale contiene in sé. Specie in un paese come l’Italia […] il potere della lingua parlata e scritta si è intriso di suggestioni antiche che hanno una persistenza superiore a ciò che sarebbe razionalmente accettabile. Basti l’esempio della diffusione di parole come “anima”, “spirito”, “destino”, “fortuna”, “speranza”,; oppure la sostituzione di parole come “altruismo” con “carità” o “pietà”, o di “regole sociali” con “precetti” o “dottrine” per rendersi conto della contaminazione surrettizia delle proposizioni con concezioni apparentemente virtuose che rinviano a principi di autorità inventati da un sistema di potere che si auto qualificò, ben presto ma molto tempo fa, come garante di presunte virtù. Naturalmente, l’invenzione lessicale più potente di ogni altra è la parola “dio” […]”

(Carlo Bernardini, 2008)


MM: La questione della “corruzione simbolica” ha a che fare con il linguaggio ma anche con le immagini. Basti pensare all’invenzione iconografica di Eva che nasce dal corpo di Adamo, con il conseguente ribaltamento della realtà biologica, su cui poi si è innestato un lungo predominio di genere. L’arte occidentale ha spesso coinciso con la storia delle ideologie dominanti. Secondo lei, come possiamo acquisire maggiore coscienza rispetto a un’eventuale “corruzione simbolica” perpetrata anche attraverso le arti contemporanee?


CB: La capacità di parlare è usata a piene mani per ottenere consenso e potere con suggestioni da cui la gente non sa difendersi. Le arti hanno incontrato il loro inferno nei mezzi con cui vengono offerte al pubblico. Spesso, si sollecita una reazione “viscerale” dell’osservatore, la si trasforma in spettacolo, in festival, senza mettere in primo piano gli eventuali significati profondi.


MM: Nel conflitto tra competenza e autorità, lei sostiene che “la nostra cultura contemporanea si sviluppa, nei singoli individui, in modo essenzialmente oppressivo” (2). Cosa intende con ciò, e cosa fare per modificare la rotta?


CB: Basta osservare la circostanza che, nell’evoluzione della scuola contemporanea, l’imparare ha completamente sopraffatto il capire… Questo è un motivo di grande tristezza per chiunque insegni: tuttavia, imparare è talmente più facile del capire che molti si adattano a questa degenerazione dello sviluppo culturale che così, però, si trasforma in una burocrazia oppressiva che remunera alcuni zelanti cattivi servitori del pubblico interesse.


“I beni immateriali costituiscono il repertorio completo di ciò che sappiamo; e sono immagazzinati in speciali archivi di documenti, le biblioteche e gli archivi propriamente detti, nonché nella testa e nelle carte di alcune speciali persone che, per semplicità, chiameremo gli accademici…, una comunità… alla quale è richiesto soprattutto di occuparsi di tre problemi: della conservazione, trasmissione e produzione di beni immateriali.”

(Carlo Bernardini 2008)


MM: Il problema della produzione di beni immateriali, in ultima istanza, è il problema della progettazione del futuro. Come si colloca l’Italia rispetto alla possibilità di progettare il proprio futuro? Quali sono le scelte fondamentali da fare in tale direzione? Quali gli errori irreparabili?


CB: Progettare il futuro è una impresa collettiva. Ma in un paese come il nostro in cui non si sa usare alcuna “strategia di scelta”, le cose sono messe male. Finiamo con l’essere nelle mani dell’interesse privato, dei banchieri e dei manager che governano i centri di produzione. Finché non imparermo a rischiare razionalmente sull’innovazione, le cose non miglioreranno. L’errore più irreparabile consiste nel non sapere essere ragionevolmente sobri.


In una fondamentale ricerca del sociologo Domenico De Masi (3) viene messa in luce l’originalità del Gruppo di Via Panisperna, il primo italian team di scienziati basato su interdisciplinarietà, autorevolezza del leader e collegialità delle decisioni, bassa conflittualità, attenzione ai processi e alla strumentazione, consapevolezza della nuova centralità della scienza e della sua dimensione transnazionale. Cosa è successo da allora alla scienza italiana?


CB: Le leggi razziali e la guerra dispersero il gruppo; ma Edoardo Amaldi non emigrò come gli altri e si preoccupò di “ricostruire” in modo da avere scienza e scienziati degni di questo nome. Non a caso noi fisici della generazione postbellica lo ricordiamo con affetto oltre che con ammirazione: lo chiamiamo “il babbo”. La scienza italiana ha tenuto, nonostante le difficoltà economiche e politiche, finché qualcuno come Amaldi (ma anche Felice Ippolito, ed altri) è riuscito a far capire al governo che la scienza è un investimento e non una spesa. Oggi, è finita: la scienza è solo una spesa, gli imprenditori non sanno che farsene. Con questo, è crollata anche la cultura: produciamo giovani brillanti che espatriano; facciamo un regalo alla comunità internazionale. Finché dura: perché i vecchi bravi formatori stanno andando in pensione e non vengono rimpiazzati. Questa “incompetenza di governo” è il peggior impoverimento che potessimo immaginare.


MM: Nel 1983 lo storico dell’arte Corrado Maltese dichiarò che “l’arte è strutturalmente scienza”(4). Oggi però sembra che l’arte sia solo in grado di mettere in scena o simulare le scoperte scientifiche, generando un grave fraintendimento e diffidenza tra le due modalità del pensiero. Infatti, ben pochi centri di studio sono rimasti a baluardo di una ricerca che sia insieme, strutturalmente, artistica e scientifica. Il risultato è che l’arte in Italia si allontana sempre più dal metodo sperimentale identificandosi quasi totalmente con l’artigianato, all’insegna di un rigurgito delle più arcaiche teorie ispirazioniste. Cosa fare per invertire questa tendenza, vista la costante penalizzazione della ricerca in Italia?


CB: Il superamento del senso comune della scienza contemporanea ha un contenuto espressivo che forse è la più straordinaria delle arti. Ma non è concepito come tale da chi non possiede alcuna scienza. Posso però garantire che ho visto forme di straordinaria emozione accompagnare la fine di molte ricerche e la loro condivisione. Saprei trasmetterle? Forse, se ce ne fosse l’opportunità.


“Noi chiamiamo giovane, quale che sia la sua età, ogni individuo che non coincide ancora con la sua funzione, che si agita e lotta per raggiungere il centro dell’agire desiderato” (5)

(Isidore Isou,1947)


“Se Einstein avesse 26 anni e vivesse oggi in Italia, sarebbe un Co.Co.Co…” (6).

(Carlo Bernardini, 2005)


MM: Il concetto politico e culturale di giovane è rivoluzionario quanto quello di ricercatore, eppure entrambi sono sistematicamente sviliti in Italia, almeno a giudicare dalle scelte “remissive” del governo in materia di sostegno alla ricerca, da riforme inefficaci per l’Accademia e l’Università, dalle statistiche dei cervelli in fuga, e dalle difficoltà oggettive presenti nell’attuale mercato del lavoro.


Se lei avesse ventisei anni oggi, cosa farebbe?


CB: Me ne andrei. Con la mentalità di vecchio che ho oggi, mi metterei al servizio di popoli sottosviluppati come docente (se la salute non mi abbandonasse). Ma qui, tra ricchi egoisti e ignoranti, temo di non essere più capace di remare controcorrente. La nostra non è una vera democrazia; è una società tribale con emiri e sciamani che non sono accessibili ai sogni del popolo più sognante: i giovani.


Nota Biografica

Carlo Bernardini è nato a Lecce nel 1930 e si è laureato in Fisica nel 1952. Collaboratore di Enrico Persico e di Bruno Touschek, ha insegnato presso l’Università di Napoli (dal 1969) e di Roma (dal 1971). È stato direttore dell’INFN di Roma, Presidente di Scienze Matematiche Fisiche e Naturali, Senatore nella VII legislatura, Direttore di Dottorato (I ciclo). È professore emerito dal 2006.

Ha pubblicato numerosi testi – Fisica del nucleo, Relatività, Metodi matematici della Fisica, Vari divulgativi – e saggi – Il potere e l’ingegno (con D. Minerva), La fisica nella cultura italiana del ‘900, Idee per il governo, Contare e raccontare (con T. De Mauro). Dirige la rivista “Sapere”.



Note

1) Bernardini, C., “Il cervello del paese. Che cosa è o dovrebbe essere l’Università”, Mondadori Università, Sapienza Università di Roma, Milano, 2008)

2) Bernardini, C., “Il pensiero religioso, malformazione della cultura umana”, in: MicroMega 1/2008, L’Espresso, Roma, 2008

3) De Masi, D., (1989), “L’emozione e la regola. La grande avventura dei gruppi creativi europei”, Rizzoli, Milano, 2005.

4) C. Maltese, “Dalla semiologia alla sematometria, Il Bagatto Ed., Roma, 1982,

5) Isou, I., “Le manifestes du soulèvement de la jeunesse”, 1947.

6) Bernardini, C., “A cosa serve la scienza?”, conferenza di apertura della manifestazione “Il cielo sopra Stintino”, Sala Consiliare del Comune di Stintino, ( a cura di Mirolla, M.), 2005.


Link:
Scheda Wikipedia su Carlo Bernardini 

 
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"Ogni artista della seconda metà del secolo nasce all'insegna dell'esperienza diretta o indiretta della guerra, e dal modo in cui risponde simbolicamente alla morte, alla perdita e al lutto attraverso la propria creatività" (Miriam Mirolla, 2001)
"Any individual, before he can be considered an artist, is an explosive mixture of collective biography and individual pathology" (Miriam Mirolla, 1999)
"Gli Stimoli Psycho-Pop sono degli autoritratti spietati, antigraziosi, ready-made psichici che conducono la nostra percezione verso il limite del guardabile" (Miriam Mirolla, 2011)
“Nelle diverse poetiche delle giovani artiste del nostro tempo riconosciamo un comune denominatore, ovvero la ricerca di una nuova fisionomia femminile capace di tenere uniti desiderio e creatività, corpo e mente, come mai la cultura patriarcale era riuscita a proporre finora”. (Miriam Mirolla, 2010)
“Grande è la fiducia che riponiamo nel giovane artista. Cosa ci aspettiamo? Semplicemente che cambi la storia introducendo suo malgrado un nuovo sistema di valori.” (Miriam  Mirolla, 2010)
“Mi chiedo quali siano le sensazioni e i pensieri di un giovane artista oggi, quali siano i suoi convincimenti e dove affondi il proprio ideale dell’io. Come siano articolati i suoi dubbi e i momenti di incertezza. I sintomi del malessere e le forme del benessere. Da dove tragga forza per difendere i propri contenuti emotivi e intellettivi. E quale possa essere il motore mobile della sua ricerca estetica.” (Miriam Mirolla, 2010)
“L’arte ha lo scopo di allungare il nostro sguardo sulle relazioni d’amore” (Miriam Mirolla, 2010)
“Il rapporto del soggetto con la presenza fantasmatica è il nuovo asse conoscitivo del XXI secolo” (Miriam Mirolla, 2010)
“La realtà più la sua interpretazione è oggi la linea maestra dell’arte, scopo e prospettiva, futuro dell’immagine e immagine del futuro” (Miriam Mirolla, 2010)

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