Gianfranco Baruchello PDF

AGIRE “COME SE”

Miriam Mirolla intervista Gianfranco Baruchello.

Flash Art n.266, Ottobre – Novembre, 2007.


MM Che libro  hai letto ieri?


GB Ho letto “La mano di Heidegger”  di Derrida. Il tema della mano mi interessa ed è presente  nel mio lavoro. Pensare  con le mani è un titolo di un mio quadro di molti anni fa.   Cercavo in questi giorni in Derrida conferme che  ho trovato in parte: per  Heidegger, ( semplificando al massimo) la mano pensa in quanto scrive il pensiero. Il mio interesse  era analogo ma rapportato al meccanismo di formazione dell’immagine  che è il terreno su cui mi muovo da sempre.  Una curiosità che ha poco o nulla a che fare con la mano: Derrida, in quel libro, sottolinea il fatto (parlando della sessualità)  che nell’opera  di Heidegger  non c’è la  minima traccia non solo di questo tema, ma addirittura della distinzione uomo donna. Il soggetto è neutro, plurimo; si parla di “Geschlecht”, non di “Menschlichkeit”. Il film che ho girato durante lo scorso inverno nei carceri di Rebibbia e Civitavecchia,  partiva appunto dal concetto di “mano libera”.  E  come idea iniziale  prevedeva la ripresa  della mano dei detenuti  intervistati (quaranta soggetti)  mentre  accompagnava le risposte  alle mie domande sul sogno,  sul suicidio e sul meccanismo del tempo nel carcere.  Poi, constatata la disponibilità dei soggetti alla ripresa  de loro volti, il film ha  usato  le due riprese parallele di  facce e mani.


MM Perché un pittore va  a intervistare detenuti?


GB Diversi reclusi hanno risposto che senza sognare (momento  unico di libertà) non potrebbero sopravvivere alla  carcerazione.  Mentre rivendico la qualifica di “pittore” ( così come si qualifica un fabbro, un falegname ecc.), i limiti dell’agire di un artista si sono, almeno nella  mia storia personale, molto dilatati. Ho lavorato,  per esempio, sia da solo che con  altri, anche nel mondo degli emarginati,  non  soltanto con  la ripresa di immagini ma organizzando eventi, mostre di opere di reclusi (in particolare  dei  dimessi dai manicomi giudiziari).  Accanto a cose concrete nel sociale come queste,  ho poi agito anche  “come se”,  fingendo cioè  di operare e firmare  eventi o lavori come  società inesistenti.   Per otto anni, dal 1973 al 1981, ho condotto una activity nei modi e nel mondo dell’agricoltura e della zootecnia, costruito edifici di stoffa o di filo di ferro, mentre inventavo  “esercizi di media difficoltà”,   piccole ma impegnative prove performative di allora.   Insomma ho agito e documentato (con più di settanta tra film e video e un bel po’ di libri) questi lavori che con il pennello hanno poco a che fare. Non dimentico  per questo, che ho cominciato a lavorare con l’immagine in movimento nel 1963  girando in superotto  prima di affrontare il montaggio della ormai storica Verifica incerta con materiali  usati in 35 millimetri cinemascope.


MM Che cosa  è per te  il montaggio?


GB E’ un modo di pensare  l’immagine a partire da un pensiero precedente tuo o altrui. Una scrittura che è capace di tutto, ribaltamenti, abbinamenti, proposte di logiche al limite del senso, montare è anche come suonare note che hai inventato  da solo. Montare ( alla maniera in cui potrebbe  rispondere Strawinsky)  è come mettersi al pianoforte  e improvvisare  lì per lì  una cosa anche diversa da quella che hai in mente, seguendo la presenza dei tasti (con le mani!) e il loro suono. Mentre disegno, io seguo lo stesso procedimento per collocare immagini nello spazio (bianco) e qui la libertà espressiva è mille volte più ampia che  se tieni le mani su una moviola meccanica  o sul computer. Dipingere (ma non ho mai sopportato la parola  “pennellata”),  è per me montare, dunque costruire un discorso con immagini  disseminate che  poi  dicano, a me anzitutto, che cosa  vogliono significarmi; qualcosa di simile  a un procedimento oracolare privatissimo…


MM Tu parli di immagini “disseminate”. Cosa intendi ?


GB Disseminazione  è seminare in uno spazio senza limiti, spedire particelle di emozioni (uso emozione invece di idea) “ in incertam personam”, non certo per  comunicare quanto, magari, per sedurre, incantare, se ci riesci.Ti domandi cosa fa un tuo quadro appeso nel tempo da qualche parte (museo o sala da pranzo), silenzioso, disponibile, modesto nel suo emanare un po’ di quelle emozioni di cui è traccia.  Superiorità dell’immagine immobile di fronte a  quella in movimento? E allora perchè usare, adesso disponibili, telecamere ad alta definizione per le mie cose? Il problema è il rapporto personale col tempo, al quale ci si raccorda in modi del tutto umorali e  per scopi specifici. Non “mi” servirebbe,  non sarebbe pensabile fare un quadro  per o con i quaranta intervistati nel carcere. Ma mentre quest’inverno lavoravo in quei tristi luoghi, tornavo poi in studio a mandare avanti un quadro, sì proprio una tela , una grande tela su cui e da cui  estraevo immagini lentissime di carica positiva indispensabile per condurre poi altre giornate di fatica fisica e di pena mentale.


MM Dunque il tempo, è una forte presenza?


GB Se persino  Agostino, nelle Confessioni, dichiarava di non saper rispondere alla domanda: che cosa  è il tempo,  io non sono da meno, col dovuto rispetto dei santi. Lotto con  (o mi compiaccio di) termini come tempo soggettivo, momento, passato, durata, scadenza, intervallo, circostanza. L’attenzione continua  all’essere, mi proietta verso la coscienza sempre più incombente della  futura condizione di “essere stato”,  ma senza incubi o voglia di recuperare. Quanto tempo, però, quante energie-tempo sprecate in una lunga vita come la mia. Quante vite in una sola vita. In una lontana Biennale progettai un ponte”per Venezia” che aveva un gradino all’ingresso marcato “prima” e quello di uscita marcato “dopo”.  A metà del ponte  una lettura dell’  I Ching  suggeriva attesa, prudenza:  “quieto il dorso”…


MM Hai visitato Kassel e la Biennale di Venezia ? Che impressioni hai avuto?


Non sono ancora andato quest’anno a Venezia per “mancanza di voglia”, stanchezza di rivedere tutto il solito (piccolo) mondo che passeggia nella canicola dei Giardini. Sono stato insieme con  Carla (Subrizi, ndr) a Kassel, trovandoci poi d’accordo nel dare in sostanza un giudizio positivo. Si vedevano, sia pur in misura stra-abbondante  “documenti”, documenti su cose mai viste, non  opere degli artisti  noti per appartenenza a movimenti e mode: lotte   politiche degli anni sessanta a Tucuman, Curdi che cantano lamenti tra il sentimentale e il politico, foto di un performer  polacco che a Varsavia, faceva cinquant’anni fa cose che molti fanno oggi, video di artisti cinesi mai visti, intelligenti (da dire: peccato l’avrei fatto io), una bizzarra e  enorme  piroga  africana fatte tutta di manici di serbatoi di benzina, e mille bellissime vecchie seggiole cinesi su cui in ogni possibile spazio sedersi a riposare a pensare. In questo contesto le poche  pretenziose opere d’arte  facevano una meschina figura.


MM E la tua presenza in “Cream” di quest’anno?


GB L’invito  partecipare a Cream 2007 (quest’anno “Ice Cream”)  è stato per me un piacevole evento, non solo, ma mi ha fornito un esempio di come si può fare “bene” una operazione editoriale: estrema cura dei materiali, riscontri, controlli, perfezione finale dell’oggetto-libro. L’idea che l’invito fosse suggerito dalla Wrong Gallery (ora alla Tate), e dunque da Cattelan,   Gioni  e Subotnick,  lo ha reso ancor più gradito. Nei fatti e nei testi che in questa edizione accompagnano le scelte si qualifica una galleria gestita da artisti. Un evento nuovo nel mondo del contemporaneo.


MM Anni fa, nel 1985, hai scritto un libro su Duchamp. Quale è il tuo punto di vista oggi sulle conclusioni che hai tratto da Étant Donnés?


GB La parte che nel mio libro Why Duchamp (ed. McPherson, New York) avevo riservato a Étant Donnés, prescindeva da una vera analisi critica, che poi altri hanno fatto  nel tempo, coronando quest’opera quale “summa rerum”  del pensiero duchampiano. Io vi avevo invece letto una caduta di stile, diciamo politico, nei riguardi della donna; rilievo  fatto poi suo proprio dalla critica femminista. A conti fatti però, tenendo pur conto del tono discreto usato e dei  forti sentimenti che mi legavano a Teeny Duchamp e a sua figlia Jackie Matisse, la mia chiosa finale mi appare oggi  un po’ fuori misura e meschina. Le donne non hanno bisogno di simpatizzanti (come io intempestivamente ero stato) per il loro “movimento”. E il mio debito di affetto e gratitudine per Duchamp è, se posso dirlo, cresciuto nel tempo. Rivedo ora con commozione gli spezzoni di film in bianco e nero girati a casa mia e nel giardino di mio padre nel lontano 1963.

 

MM quotations

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"Ogni artista della seconda metà del secolo nasce all'insegna dell'esperienza diretta o indiretta della guerra, e dal modo in cui risponde simbolicamente alla morte, alla perdita e al lutto attraverso la propria creatività" (Miriam Mirolla, 2001)
"Any individual, before he can be considered an artist, is an explosive mixture of collective biography and individual pathology" (Miriam Mirolla, 1999)
"Gli Stimoli Psycho-Pop sono degli autoritratti spietati, antigraziosi, ready-made psichici che conducono la nostra percezione verso il limite del guardabile" (Miriam Mirolla, 2011)
“Nelle diverse poetiche delle giovani artiste del nostro tempo riconosciamo un comune denominatore, ovvero la ricerca di una nuova fisionomia femminile capace di tenere uniti desiderio e creatività, corpo e mente, come mai la cultura patriarcale era riuscita a proporre finora”. (Miriam Mirolla, 2010)
“Grande è la fiducia che riponiamo nel giovane artista. Cosa ci aspettiamo? Semplicemente che cambi la storia introducendo suo malgrado un nuovo sistema di valori.” (Miriam  Mirolla, 2010)
“Mi chiedo quali siano le sensazioni e i pensieri di un giovane artista oggi, quali siano i suoi convincimenti e dove affondi il proprio ideale dell’io. Come siano articolati i suoi dubbi e i momenti di incertezza. I sintomi del malessere e le forme del benessere. Da dove tragga forza per difendere i propri contenuti emotivi e intellettivi. E quale possa essere il motore mobile della sua ricerca estetica.” (Miriam Mirolla, 2010)
“L’arte ha lo scopo di allungare il nostro sguardo sulle relazioni d’amore” (Miriam Mirolla, 2010)
“Il rapporto del soggetto con la presenza fantasmatica è il nuovo asse conoscitivo del XXI secolo” (Miriam Mirolla, 2010)
“La realtà più la sua interpretazione è oggi la linea maestra dell’arte, scopo e prospettiva, futuro dell’immagine e immagine del futuro” (Miriam Mirolla, 2010)

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