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“We are greater than the sum of our individual ambitions…”

…we can keep the promise of our founders, the idea that if you’re willing to work hard, it doesn’t matter who you are or where you come from or what you look like or where you live. It doesn’t matter whether you’re black or white or Hispanic or Asian or Native American or young or old or rich or poor, able, disabled, gay or straight, you can make it here in America if you’re willing to try. I believe we can seize this future together because we are not as divided as our politics suggests. We’re not as cynical as the pundits believe. We are greater than the sum of our individual ambitions, and we remain more than a collection of red states and blue states. We are and forever will be the United States of America.

Barak Obama, 7 Novembre 2012

 

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Nell’ormai famoso slogan Yes, we can della sua prima campagna elettorale, Obama utilizza il pronome personale we per cavalcare l’idea di una collettività orgogliosa, fiduciosa e funzionale al raggiungimento di obiettivi comuni.

Nel discorso della sua rielezione, Obama forgia una nuova frase destinata a fare storia: We are greater than the sum of individual ambitions, ovvero, noi siamo più grandi della somma delle noostre ambizioni individuali (1).

In questa frase compare un significato che si aggiunge al we can del primo mandato: nei prossimi quattro anni, il noi obamiano coinciderà evidentemente con la massima fondamentale della Teoria della Gestalt secondo cui il tutto è maggiore, o comunque diverso, dalla semplice somma delle parti” (2). Si tratta di una nuova formula retorica, la cui complessità ed efficacia rende però il senso della distanza abissale dalle pallide diatribe nostrane, sostanzialmente orientate a una sterile schermaglia tra contendenti.

Quale processo culturale ha invece generato la frase di Obama? Come una buona teoria scientifica può diventare messaggio per la nazione intera? Quali le risonanze emotive di questo incitamento alla popolazione americana, passato nel giro di un secolo dal minaccioso e divorante I want you dello Zio Sam al più ecumenico e sofisticato we are greater than the sum…?

Grazie alla sagacia e alla scaltrezza intellettuale dei suoi consiglieri, Obama sembra voler compiere la trasposizione retorica di un concetto che, all’inizio del Novecento, ha radicalmente cambiato la prospettiva scientifica legata alla percezione e ai processi di pensiero estendendo il noto principio che governa le dinamiche cognitive individuali alla sociologia delle masse, passando con formidabile intuizione dalla psicologia alla politica. Si compie così una integrazione interdisciplinare fortissima: la politica si installa nella psicologia o, viceversa, la psicologia viene messa al servizio della politica per iniettare massicce dosi di grandeur alla collettività, e per spingendo la retorica politica ai limiti di un delirio condiviso di onnipotenza: la piena riattivazione del “sogno americano”.

 

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"Gli Stimoli Psycho-Pop sono degli autoritratti spietati, antigraziosi, ready-made psichici che conducono la nostra percezione verso il limite del guardabile" (Miriam Mirolla, 2011)
“Nelle diverse poetiche delle giovani artiste del nostro tempo riconosciamo un comune denominatore, ovvero la ricerca di una nuova fisionomia femminile capace di tenere uniti desiderio e creatività, corpo e mente, come mai la cultura patriarcale era riuscita a proporre finora”. (Miriam Mirolla, 2010)
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